
Tra gli infortuni più frequenti nel runner c’è sicuramente la tendinopatia achillea.
Per anni è stata trattata quasi esclusivamente con riposo assoluto, ghiaccio e antinfiammatori.
Oggi, però, l’approccio è molto cambiato.
Il tendine non è un muscolo.
Ha una vascolarizzazione più ridotta, tempi di recupero differenti ed è formato principalmente da fibre di collagene che collegano il muscolo all’osso, trasmettendo la forza necessaria al movimento.
Nel runner il tendine d’Achille è continuamente sotto stress: ad ogni passo accumula e restituisce energia come una vera “molla biologica”.
Per questo il dolore non dipende sempre solo da “troppo carico”, ma spesso da un carico aumentato troppo rapidamente, mal gestito o non adeguato alla capacità del tendine in quel momento.
Anche il termine “infiammazione” oggi viene usato con più cautela: nelle tendinopatie croniche spesso prevale una sofferenza del tessuto tendineo più che una vera infiammazione classica.
Ecco perché gli antinfiammatori, in molti casi, aiutano poco o solo temporaneamente.
La vera svolta degli ultimi anni?
Il movimento controllato.
Oggi, salvo casi particolari, si tende a mantenere il tendine attivo attraverso esercizi specifici e carichi progressivi, evitando sia il sovraccarico sia l’immobilità prolungata.
Questo NON significa ignorare il dolore o “correre sopra l’infortunio”, ma imparare a gestire il carico nel modo corretto.
Un tendine forte non è un tendine fermo.
È un tendine allenato nel modo giusto.
